CORTE D’APPELLO DI ________

SEZ. PENALE P.P.N. ________/________

R.G.N. R. P.P.N. ________/________ GEN. TRIB.

ATTO DI APPELLO

PER IL TRAMITE DELLA CANCELLERIA DEL TRIBUNALE DI ________

Il sottoscritto Avv. ________ del Foro di ________, con studio in ________, alla via ________, in qualità di difensore, giusta nomina in atti, del sig. Tizio, nato a ________, il ________/________/________, residente in ________, alla via ________, domiciliato ai fini del presente procedimento a ________, alla via ________

Dichiara

di proporre appello avverso la sentenza di condanna n. ________ Reg. Sent., emessa dal Tribunale di ________, in composizione ________, in data ________, con la quale il sig. Tizio imputato come in atti del reato di cui all’art. 314, comma 1,
c.p. e per l’effetto condannato alla pena di ________ anni di reclusione, per i seguenti

Motivi

1. Errata applicazione dell’art. 314, comma 1, c.p.

Con la presente impugnativa questa difesa intende far rilevare come, con il provvedimento contestato, il giudice di prime cure abbia erroneamente ritenuto sussistente, nel caso sottoposto alla sua cognizione, il reato di peculato ordinario di cui all’art. 314, comma 1, c.p. Dalle risultanze dibattimentali è univocamente emerso come le telefonate effettuate da Tizio attraverso l’apparecchio di cui era in possesso per ragioni del proprio ufficio, per i modi e i tempi di espletamento della condotta, non possono in alcun modo assumere rilevanza penale. Occorre, pertanto, inquadrare correttamente il comportamento contestato a Tizio sottolineando, da un lato, l’esiguo numero di comunicazioni effettuate da Tizio all’utenza della propria abitazione (5 nell’arco di due mesi) e la loro breve durata; dall’altro, il grave stato di morbilità nel quale versava un suo familiare e parimenti la tipologia del servizio che egli prestava nel proprio ufficio e che lo portava a un contatto continuo con l’utenza. La Suprema Corte ha più volte ribadito che nell’assetto operativo della funzione pubblica possono verificarsi situazioni eccezionali nelle quali il pubblico dipendente, gravato da impellenti esigenze personali, è autorizzato all’uso del telefono d’ufficio per le conversazioni private (Cassazione pen. VI, 31 gennaio 2003, n. 10719, Oriente). In queste speciali contingenze, l’uso del telefono a fini privati deve essere tollerato per evitare che una preclusione indiscriminata crei un disagio all’organizzazione del lavoro e all’utenza.

Infatti, il pubblico dipendente, per far fronte alle esigenze gravi e improcrastinabili di comunicazione personale, dovrebbe assentarsi dal servizio o addirittura abbandonare lo stesso. Ne discende, quindi, che ove ricorrano siffatte esigenze, il comportamento sporadico ed eccezionale del dipendente, non potrà mai configurare il delitto di peculato. Nello specifico, il fondamento normativo della sfera di liceità del comportamento di Tizio è da rinvenirsi nella previsione dell’art. 10 comma 3, del D.M. 28 novembre 2000 che dà attuazione al Codice di Comportamento dei pubblici dipendenti (oggi novellato dal D.P.R. 16 aprile 2013 n. 62) secondo la quale «salvo i casi di urgenza (il dipendente) non utilizza le linee telefoniche dell’ufficio per esigenze personali». Il giudice di prime cure, omettendo di valutare la condotta di Tizio alla luce del dettato normativo, non ha potuto pertanto valorizzarne i caratteri di sporadicità ed eccezionalità e, pertanto, riconoscerne la liceità. Ma anche ove non si volesse aderire alla ricostruzione sin qui prospettata, la ritenuta applicabilità in capo a Tizio del reato di peculato ordinario mostra di non tenere in alcun conto i preziosi approdi interpretativi ai quali sono giunte di recente le Sez. Un. della Suprema Corte (Cassazione pen. Sez. Un., 2 maggio 2013, n. 19054). I Giudici hanno infatti statuito due fondamentali principi di diritto che assumono peculiare centralità nel caso oggetto dell’odierna cognizione. In primo luogo, si è affermato come la soglia della rilevanza penale del peculato d’uso (e dunque a maggior ragione del peculato ordinario) debba misurarsi in base all’offensività del fatto, che può essere integrata solo dove si produca un apprezzabile danno al patrimonio della P.A. o una concreta lesione della funzionalità dell’ufficio. Ecco che, nel caso di specie, mancando l’apprezzabilità del danno e anzi sussistendo una modalità di condotta in nulla lesiva del buon andamento dell’ufficio, Tizio deve rimanere estraneo a qualsivoglia rimprovero di carattere penale e disciplinare. In secondo luogo, le Sez. Un. hanno affermato che l’utilizzo a fini privati del telefono del proprio ufficio, ove non rientrante nella sfera di liceità, integra il reato di peculato d’uso, giacché oggetto della momentanea appropriazione – e successiva immediata restituzione – sarebbe l’apparecchio telefonico e non già le energie necessarie alla comunicazione delle quali è proprietaria la pubblica amministrazione, come invece erroneamente sostenuto nella sentenza di prime cure.

P.Q.M.

Voglia la Eccellentissima Corte d’Appello di ________ in riforma della sentenza n. ________ Reg. Sent. emessa dal Tribunale di ________ in data ________:

- In via principale: assolvere Tizio dal reato di peculato a egli ascritto perché il fatto non costituisce reato;

- In via secondaria: inquadrare la condotta di Tizio nel diverso e meno grave reato di peculato d’uso di cui all’art. 314, comma 2, c.p.

________ lì ________ Avv.________

Joomla SEF URLs by Artio