La legge 29 luglio 2010, n. 120 ha apportano sostanziali modifiche al Codice della Strada, intervenendo in modo talora radicale su molteplici aspetti sia sostanziali sia procedurali di molteplici istituti.
Di particolare rilevanza sono le innovazioni riguardanti il sistema di impugnazione dei verbali di accertamento e delle ordinanze-ingiunzioni prefettizie.
E’ opportuno ricordare, che la novella di luglio ha ridotto da centocinquanta a novanta giorni il termine per la notificazione dei verbali di accertamento, mentre sono rimasti invariati i termini di sessanta giorni dalla notificazione per l'impugnazione dei verbali di accertamento e di trenta giorni per l'opposizione alle ordinanze - ingiunzione.
Le maggiori novità si concentrano invece negli artt. 202-bis, 204-bis e 205 del Codice.
L'art. 202-bis, introdotto ex novo dalla novella, disciplina la procedura di rateazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di importo superiore ad Euro 150,00, da sole o insieme ad altre relative a infrazioni accertate contestualmente con uno stesso verbale.
Tralasciando in questa sede i problemi interpretativi e pratici che la disposizione non manca di sollevare riguardo all’individuazione dei presupposti per l’ammissione alla rateazione, (necessaria contestualità dell’accertamento con un unico verbale , misura delle singole sanzioni irrogate, ecc…) ci soffermiamo sugli effetti che essa produce sull’impugnabilità dei verbali di accertamento.
La disposizione prevede infatti al suo quinto comma che la presentazione dell'istanza di rateazione “implica la rinuncia ad avvalersi della facoltà di ricorso al prefetto di cui all'art. 203 e di ricorso al giudice di pace di cui all'art. 204-bis”. Ne consegue che il ricorso presentato dopo l'istanza di rateazione dovrà essere dichiarato inammissibile, mentre l'istanza successiva alla presentazione del ricorso dovrebbe condurre ad una pronuncia di estinzione del giudizio per rinuncia agli atti da parte del ricorrente.
Ricordiamo che la Corte di Cassazione ha costantemente ritenuto che il pagamento in misura ridotta della sanzione eseguito entro i sessanta giorni dalla contestazione, ma dopo la presentazione del ricorso non costituisce motivo di improseguibilità del giudizio, dal momento che il versamento della somma in misura ridotta eseguito dopo la proposizione del ricorso non può impedirne la prosecuzione, a meno che non si accompagni ad una formale rinunzia alla impugnazione (in tal senso Cass., 17/10/2005, n. 20100; cfr., Cass., 22/08/2006, n. 18228).
Il quinto comma del nuovo art. 202-bis, sembra invece prevedere che la presentazione dell’istanza di rateazione in corso di causa costituisca un’ipotesi speciale ed automatica di rinuncia all’impugnazione, cui dovrà conseguire, necessariamente, la pronuncia di estinzione del giudizio.
Qualora il ricorrente, al contrario, versi in un’unica soluzione la sanzione in misura ridotta dopo la presentazione del ricorso senza un’espressa rinuncia all’impugnazione, il giudizio proseguirà, dovendosi escludere un’interpretazione analogica del quinto comma dell’art. 202-bis.
L’inammissibilità o l’estinzione del giudizio saranno invece escluse nel caso in cui il ricorrente impugni il verbale limitatamente alle sanzioni diverse da quelle pecuniarie con esso irrogate - come ad esempio la sospensione cautelare della patente di guida - e chieda la rateazione per le sanzioni pecuniarie accertate con il medesimo verbale.
In tal caso il giudizio è ammissibile e procedibile, limitatamente all’esame della domanda sulla misura cautelare applicata.
Venendo dunque alle modifiche più strettamente attinenti al giudizio di opposizione dinanzi al giudice di pace, passiamo all’esame degli artt. 204-bis e 205 del codice, nel testo risultante dopo la riforma.
L'art. 204-bis, rubricato “Ricorso al giudice di pace” disciplina il ricorso giurisdizionale avverso i verbali di contestazione.
Nulla è stato innovato nei commi 1 e 2 dell'art. 204-bis, che continuano rispettivamente a prevedere il ricorso al giudice di pace quale rimedio alternativo al ricorso al prefetto ai sensi dell'art. 203 e a richiamare le disposizioni procedurali degli artt. 22 e 23 della legge n. 689/81 per la proposizione e la trattazione del giudizio di opposizione ai verbali per infrazioni al codice stradale.
Il terzo comma dell’art. 204-bis è stato invece integralmente riscritto e stabilisce adesso che “Il ricorso e il decreto con cui il giudice fissa l’udienza di comparizione sono notificati , a cura della cancelleria , all’opponente o , nel caso sia stato indicato , al suo procuratore , e ai soggetti di cui al comma 4-bis , anche a mezzo fax o per via telematica, all’indirizzo elettronico comunicato ai sensi dell’articolo 7 del regolamento di cui al decreto del presidente della Repubblica 13.2.2001 n. 123.”
Il successivo comma 3-bis , introdotto ex novo dal legislatore di luglio , prevede che “Tra il giorno della notificazione e l’udienza di comparizione devono intercorrere termini liberi non maggiori di trenta giorni , se il luogo della notificazione si trova in Italia , o di sessanta giorni se si trova all’estero. Se il ricorso contiene istanza di sospensione del provvedimento impugnato, l’udienza di comparizione deve essere fissata dal giudice entro venti giorni dal deposito dello stesso”.
Il nuovo comma 3-bis si segnala per oscurità di formulazione e per una tecnica legislativa maldestra, cui conseguono esiti interpretativi quanto meno bizzarri.
Va innanzi tutto notata l’anomalia di un termine a comparire che deve risultare “non maggiore di trenta ( sessanta) giorni”. Di norma , il termine a comparire è fissato dalla legge in misura “non inferiore” ad un certo numero di giorni . Così ad esempio, l’art. 415 c. 5 cpc stabilisce che “Tra la data di notificazione al convenuto e quella dell'udienza di discussione deve intercorrere un termine non minore di trenta giorni”. Ai sensi dell’art. 163 – bis c.p.c “Tra il giorno della notificazione della citazione e quello dell'udienza di comparizione debbono intercorrere termini liberi non minori di novanta giorni.”
Il nuovo comma 3-bis dell’art. 204-bis , prevedendo che il termine tra la notificazione e l’udienza di comparizione debba essere non maggiore di trenta giorni consente , in astratto , che la notificazione del decreto di fissazione dell’udienza possa avvenire in un qualsiasi giorno compreso tra il primo ed il trentesimo antecedenti l’udienza di comparizione. Anche la notificazione eseguita il giorno prima dell’udienza dovrebbe in tal caso considerarsi conforme alla legge.
In realtà , poiché il comma 3-bis non ha innovato all’art. 23 comma 2 della legge n. 689/81, applicabile al giudizio ex art. 204-bis per effetto del richiamo contenuto al comma 2 , occorre che sia rispettato il termine di dieci giorni prima della udienza fissata, che il giudice assegna all’organo accertatore per depositare in cancelleria copia del rapporto con gli atti relativi all'accertamento, nonché alla contestazione o notificazione della violazione.
In sostanza , dunque , affinché possa avere applicazione l’ordine di deposito impartito dal giudice nel proprio decreto di fissazione d’udienza , il ricorso ed il decreto possono essere notificati all’ente resistente tra il primo e non oltre il ventesimo giorno antecedente l’udienza di comparizione.
Siffatta conclusione comporta che il termine a difesa per l’ente convenuto possa risultare eccessivamente compresso - e quindi in contrasto con l’art. 24 Cost. - in tutti i casi in cui il ricorso ed il decreto di fissazione dell’udienza gli siano notificati pochi giorni , o addirittura, il giorno prima dell’udienza di comparizione. E’ facile ipotizzare che in tali situazioni, costituendosi all’udienza di comparizione, l’ente impositore chieda al giudice termine per approntare in modo adeguato le proprie difese e che alla successiva udienza parte ricorrente chieda un termine per la disamina dei documenti e della comparsa di costituzione avversari. L’esigenza di accelerazione dei tempi del giudizio di opposizione, che sembrerebbe sottesa alla riforma di luglio dell’art. 204-bis, risulterebbe in tal modo del tutto vanificata.
Né potrebbe ovviare a tale inconveniente la diversa interpretazione del comma 3-bis proposta da alcuni interpreti - ispirata non al canone ermeneutico della lettera della norma ma a quello teleologico dello scopo ad essa sotteso - secondo cui, pur utilizzando letteralmente il termine “notificazione”, il legislatore avrebbe inteso in realtà riferirsi al deposito del ricorso. In tale prospettiva interpretativa, il termine non maggiore di trenta giorni dovrebbe intercorrere tra il deposito del ricorso e l’udienza di comparizione.
Questa seconda interpretazione trova un appiglio testuale nel secondo periodo del comma 3-bis, dove si prevede che “Se il ricorso contiene istanza di sospensione del provvedimento impugnato, l’udienza di comparizione deve essere fissata dal giudice entro venti giorni dal deposito dello stesso”.
Secondo gli interpreti testè citati , se è vero che il termine decorre dal deposito del ricorso quando esso contiene l’istanza di sospensione , non si vede per quale ragione non dovrebbe essere altrettanto per il caso in cui il ricorso non contenga tale istanza.
La soluzione – che deriva dalla comprensibile esigenza di garantire un’interpretazione della norma che faccia salva l’esigenza di accelerazione dei giudizi presumibilmente sottesa alla disposizione normativa e che salvaguardi la coerenza logica del sistema - solleva tuttavia due ordini di perplessità: la prima consiste nel fatto che si tratta di lettura contraria al dato letterale della norma, in cui si parla di notificazione e non di deposito del ricorso; la seconda è che tale interpretazione restringe ulteriormente il termine a difesa per il convenuto e obbligherà in molti casi il giudice a fissare una nuova udienza di comparizione per consentire all’ente convenuto di svolgere in modo adeguato le proprie difese, ogni qualvolta il termine a comparire appaia obiettivamente troppo breve per garantire la possibilità di una difesa effettiva, con la conseguente frustrazione delle esigenze di celerità che si intendevano garantire.
Inoltre , la previsione di un termine “non superiore a trenta giorni” crea di fatto una potenziale disparità di trattamento fra gli enti resistenti , che non potranno contare su di un termine a difesa minimo sempre uguale – come avviene quanto il termine a comparire è fissato “in misura non inferiore” ad un certo numero di giorni - ma dovranno fare i conti con un termine che varia in funzione del giorno in cui è stata eseguita in concreto la notificazione.
Non si deve inoltre trascurare un rilievo di ordine prettamente pratico, ma non per questo meno rilevante.
Non è dato vedere come le cancellerie potranno garantire il rispetto del termine indicato dalla legge, dal momento che esse hanno la possibilità di controllare la data in cui avviene la notificazione del decreto soltanto quando questa venga eseguita a mezzo fax o per via telematica e non anche quando essa avvenga a mezzo dell’ufficiale giudiziario o per mezzo del servizio postale, modalità che non sono state escluse dalla riforma e che continuano ad essere utilizzate dalle cancellerie in tutti i casi in cui, ad esempio, il ricorrente non abbia indicato un numero di fax o un indirizzo tolemaico al quale ricevere le notificazioni.
Circostanza quest’ultima tutt’altro che infrequente , se si considera che il ricorso ex art. 204-bis può essere presentato personalmente dal ricorrente senza l’assistenza di difensore e può essere inoltrato anche a mezzo posta, ipotesi in cui l’eventuale omessa segnalazione di un numero di fax o di indirizzi telematici non può essere colmata al momento della presentazione del ricorso su sollecitazione della cancelleria.
Inoltre, le cancellerie dovrebbero notificare ricorso e decreto di fissazione a mezzo fax o per via telematica agli enti resistenti , individuati a norma del comma 4-bis , quando questi non sono ancora costituiti e non hanno pertanto ancora potuto fornire formale comunicazione dell’indirizzo telematico e del numero di fax al quale intendono ricevere le notificazioni e le comunicazioni di cancelleria ai sensi dell’art. 7 del DPR 123/2001 e nel rispetto delle formalità previste dall’art. 6 dello stesso decreto.
A stretto rigore, l’art. 7 del DPR n. 123/2001 trova applicazione soltanto per le comunicazioni e notificazioni da eseguirsi dalle cancellerie all'indirizzo elettronico del difensore e degli ausiliari e consulenti del giudice. “Ai fini delle comunicazioni e delle notificazioni ai sensi dell'articolo 6, l'indirizzo elettronico del difensore è unicamente quello comunicato dal medesimo al Consiglio dell'ordine e da questi reso disponibile ai sensi del comma 3 del presente articolo…” (Art 7 c. 1).
Nel giudizio di impugnazione ex art. 204-bis il procedimento di notificazione previsto dal citato art. 7 non potrebbe trovare applicazione per le notificazioni alle parti resistenti , almeno sino a quando queste non si siano costituite in giudizio a mezzo di un difensore che abbia comunicato il proprio indirizzo di posta elettronica al Consiglio dell'ordine e da questo reso disponibile ai sensi del comma 3 dell’articolo 7.
Dunque, agli enti resistenti la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza dovrebbe essere eseguita unicamente a mezzo dell’ufficiale giudiziario o eventualmente con mezzi diversi disposti dal giudice ai sensi dell’art. 151 c.pc. (ad es. direttamente a mani dell’incaricato) e neppure a mezzo fax, poiché sino alla formale costituzione della parte in giudizio il numero di fax può essere noto alla cancelleria soltanto in via informale e rischia di non fornire sufficienti garanzie circa l’effettiva ricevibilità degli atti da parte del destinatario.
Soltanto la prassi che si andrà consolidando nei singoli uffici giudiziari potrà fornire indicazioni sul modo in cui la disposizione troverà concreta applicazione.
Sin d’ora si può prefigurare una situazione che già si sta producendo nei giudizi promossi sotto il regime introdotto dal legislatore di luglio. Sovente le amministrazioni e gli enti resistenti ai quali ricorso e decreto sono stati notificati a mezzo fax non compaiono all’udienza né si costituiscono in cancelleria. In tali casi ci si domanda se il giudice possa dichiarare la contumacia tout court, ritenendo comunque validamente notificati il ricorso ed il decreto di fissazione dell’udienza ovvero, ritenuta irritale la notificazione a mezzo fax, debba ordinare la rinnovazione della notificazione a cura della cancelleria, disponendo che essa avvenga a mezzo dell’ufficiale giudiziario.
Ed ancora, le amministrazioni e gli enti resistenti potrebbero, in mancanza, impugnare l’eventuale sentenza loro sfavorevole per l’irrituale instaurazione del contraddittorio, travolgendo la pronuncia del giudice ed incrementando un contenzioso che, negli auspici del legislatore estivo, avrebbe invece dovuto snellirsi e velocizzarsi.
I problemi interpretativi ed applicativi sin qui prospettati, potrebbero trovare una soluzione se, piuttosto che aderire all’interpretazione teleologica del comma 3-bis sopra esposta, si preferisse applicare il canone dell’interpretazione letterale in base al significato proprio delle parole secondo la connessione di esse stabilito dall’art. 12 delle Preleggi.
L’avere fissato il legislatore la decorrenza del termine non maggiore di trenta giorni dalla notificazione del ricorso, invece che dal deposito dello stesso, dovrebbe interpretarsi nel senso che il giudice, come avveniva prima della riforma, sia libero di fissare l’udienza di comparizione delle parti eventualmente anche ad alcuni mesi di distanza dal deposito del ricorso, purchè risulti rispettata la condizione che tra la data di notificazione del decreto e quella dell’udienza intercorra un termine non superiore a trenta giorni.
Anche quest’ultima prescrizione va tuttavia interpretata alla luce degli ordinari canoni ermeneutici.
Nonostante l’impiego del verbo “devono” con riferimento al numero di giorni massimo che intercorre tra la notificazione del decreto e l'udienza di comparizione, detto termine non può essere qualificato come perentorio, poiché una tale qualificazione non solo non è stabilita espressamente dalla legge - come avrebbe dovuto essere ai sensi dell’art. 152 c.p.c., per il quale i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, salvo che la legge stessa li dichiari espressamente perentori - ma, se interpretato come perentorio, rischierebbe in molti casi per risultare incompatibile con gli artt. 24 e 111 della Costituzione, in quanto ne risulterebbe eccessivamente compresso il termine a difesa per l’organo accertatore.
La norma in esame ripropone, in sostanza , una situazione del tutto analoga a quella stabilita dall’art. 415 comma 4, il cui termine per la fissazione dell’udienza di comparizione la Corte di Cassazione ha stabilito avere natura ordinatoria e non perentoria (Cass. 29.11.2005, n. 26039 (3); Cass. 19.1.98, n. 420 (24); Cass. 2.9.95, n. 9288 (28); Cass. 16.8.93, n. 8711 (33); Cass. 22.2.88 n. 1835 (39).

 

In conclusione dunque , un’interpretazione della norma che privilegi il dato letterale e non si ponga in contrasto con l'esercizio effettivo del diritto di difesa garantito dagli artt. 24 e 111 Cost. , e sollevi altresì le cancellerie almeno in parte da oneri pressoché impossibili da rispettare , conduce alla conclusione che quello introdotto con il nuovo comma 3 - bis vada interpretato non come termine perentorio imposto al giudice per la fissazione dell’udienza a decorrere dalla data di deposito del ricorso , ma come termine a comparire diverso da quello di novanta giorni in precedenza vigente e risultante dal combinato disposto dell'art. 23 della legge n. 689/81 e dell'art. 163-bis c.p.c.
La natura non perentoria di tale termine comporta, peraltro, che il suo mancato rispetto non potrà essere fatto valere come motivo di nullità del giudizio.
L’udienza per la discussione dell’istanza di sospensione
Del tutto nuova è la previsione di un’udienza appositamente destinata all’esame dell’istanza di sospensione del provvedimento impugnato.
Nel regime previgente , il giudice di pace decideva inaudita altera parte sull’istanza di sospensione proposta dal ricorrente nel ricorso in opposizione , sulla base dei motivi di ricorso ed, eventualmente, della documentazione prodotta.
Con i commi 3-bis e 3-ter il legislatore della riforma ha invece introdotto un’udienza per esaminare, nel contraddittorio delle parti, l’istanza di sospensione.
Come si è già accennato, il secondo periodo del comma 3-bis, prevede che “Se il ricorso contiene istanza di sospensione del provvedimento impugnato, l’udienza di comparizione deve essere fissata dal giudice entro venti giorni dal deposito dello stesso”.
Evidenti esigenze di celerità hanno indotto il legislatore a stabilire un termine breve per la discussione dell’istanza di sospensione - che decorre dal deposito del ricorso - al fine di evitare che, medio tempore, si producano in capo al ricorrente quei pregiudizi gravi ed irreparabili che egli intende evitare con l’impugnazione del provvedimento.
Secondo alcuni interpreti, entro i venti giorni dal deposito del ricorso il giudice sarebbe tenuto unicamente ad emettere il decreto con cui fissa l’udienza di discussione dell’istanza di sospensione e non anche a celebrare l’udienza. Le ragioni cautelari e di speditezza sottese alla disposizione appaiono tuttavia incompatibili con tale interpretazione, dovendosi ritenere che entro venti giorni dal deposito del ricorso le parti debbano comparire dinanzi al giudice per la discussione dell’istanza di sospensione.
Il comma 3-ter prevede che “l’opposizione non sospende l’esecuzione del provvedimento, salvo che il giudice, concorrendo gravi e documentati motivi , disponga diversamente nella prima udienza di comparizione, sentite l’autorità che ha adottato il provvedimento e la parte ricorrente , con ordinanza motivata e impugnabile con ricorso in tribunale.”
A fronte della previsione che la sospensione sia concessa in presenza di motivi non soltanto gravi ma anche documentati , alcuni interpreti ritengono di poter concludere che in mancanza di documentazione l’istanza di sospensione potrebbe essere rigettata tout court senza neppure fissare l’udienza di discussione prevista dalla legge , in quanto non ricorrerebbero i presupposti minimi per la proposizione stessa dell’istanza di sospensione.
Tale conclusione non appare a chi scrive del tutto condivisibile , tenuto conto che possono verificarsi ipotesi in cui la documentazione necessaria viene in possesso del ricorrente in un momento successivo alla presentazione del ricorso ovvero i motivi di impugnazione non necessitano di essere sorretti da documentazione (ad esempio, nel caso di eccepita nullità o inesistenza del provvedimento o della sua notificazione per vizi di forma, emissione oltre il termine di legge, ecc…).
Nel dubbio, qualora l’istanza di sospensione si fondi su circostanze che necessitano di essere documentate ed il documento non sia ancora nella disponibilità del ricorrente , può essere opportuno farne cenno nel ricorso, con la riserva di produrlo in sede di udienza di discussione.
Resta il dubbio se l’autorità che ha emesso il provvedimento impugnato sia tenuta a depositare in cancelleria, dieci giorni prima della udienza fissata, copia del rapporto con gli atti relativi all'accertamento, nonché alla contestazione o notificazione della violazione, così come previsto dall’art. 23, c. 2 della legge n. 689/81.
Non essendo previste deroghe all’applicazione della procedura dell’art. 23 della legge n. 689/81, dovrebbe concludersi che l’autorità che ha emesso l’atto debba comunque eseguire il deposito in cancelleria nei dieci giorni antecedenti l’udienza.
Quindi, tenuto conto sia dell’estrema ristrettezza dei termini sia della giurisprudenza di legittimità che considera non perentorio il termine di dieci giorni antecedente l’udienza, deve ammettersi la legittimità del deposito eseguito anche oltre il termine suddetto e fino all’udienza di discussione ( Cass., 13.8.1992, n. 9557)
E’ opportuno domandarsi, inoltre, cosa avvenga qualora l’ente resistente non compaia all’udienza o non depositi memorie o documenti in cancelleria.
Si ritiene che il giudice sia comunque chiamato a decidere allo stato degli atti, valutando la gravità dei motivi allegati dal ricorrente e la documentazione eventualmente prodotta. Grava infatti sul ricorrente l’onere di dimostrare la sussistenza dei gravi e documentati motivi che legittimerebbero la sospensione del provvedimento impugnato.
Se la mancata comparizione dell’ente resistente dovesse imputarsi alla notificazione in tempi troppo ravvicinati del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza il giudice, per consentire lo svolgimento di una difesa effettiva e la regolare instaurazione del contraddittorio, dovrebbe fissare una nuova udienza non oltre venti giorni.
Ragioni di economia processuale consigliano di ritenere che all’udienza di sospensione il giudice possa pronunciarsi con sentenza anche sul merito dell’opposizione quando disponga di tutti gli elementi necessari alla decisione. Qualora invece il giudizio debba proseguire, il giudice, dopo avere accolto o respinto l’istanza di sospensione, fisserà l’udienza di trattazione del giudizio, che proseguirà secondo il rito di cui all’art. 23 della legge n. 689/81.
L’istanza di sospensione è decisa con ordinanza impugnabile con ricorso al Tribunale (comma 3-ter, ultima parte).
Legittimazione passiva nei giudizi ex art. 204-bis e 205
Il legislatore estivo ha ridisegnato la mappa dei soggetti ai quali spetta la legittimazione passiva nei giudizi di opposizione al giudice di pace, introducendo all’art. 204-bis un nuovo comma 4-bis ed abrogando il secondo ed il terzo comma dell’art. 205.
A seguito di tali modifiche i commentatori si sono domandati come sia mutata l’individuazione dei soggetti legittimati passivi nei giudizi di opposizione al giudice di pace.
Va innanzi tutto premesso che le modifiche apportate agli artt. 204-bis e 205 del codice stradale dalla legge n. 120/2010, non sembrano avere innovato, sotto il profilo delle tipologie e dell’oggetto del giudizio, al regime previgente di bipartizione dei ricorsi al giudice di pace.
L’art. 204-bis continua, infatti, a disciplinare il ricorso al giudice di pace avverso il verbale di contestazione o di accertamento delle infrazioni al codice stradale, inteso come rimedio giurisdizionale alternativo rispetto al ricorso al Prefetto disciplinato dagli artt. 203 e 204.
L’art. 205 disciplina, anche dopo la riforma , il ricorso avverso le ordinanze-ingiunzione emesse dal prefetto a conclusione del ricorso ex art. 203 ovvero nelle infrazioni per le quali, non essendo previsto il pagamento in misura ridotta, compete al Prefetto emettere ordinanza-ingiunzione di pagamento.
Dispone il nuovo comma 4-bis che “la legittimazione passiva nel giudizio di cui al presente articolo spetta al prefetto quando le violazioni opposte sono state accertate da funzionari, ufficiali e agenti dello Stato, nonché da funzionari e agenti delle ferrovie dello stato , delle ferrovie e tranvie in concessione e dell’Anas; spetta a regioni, province e comuni, quando le violazioni sono state accertate da funzionari, ufficiali e agenti , rispettivamente, delle regioni delle province e dei comuni o, comunque, quando i relativi proventi sono ad essi devoluti ai sensi dell’art. 208. Il prefetto può essere rappresentato in giudizio da funzionari della prefettura - ufficio territoriale del governo.”
L’introduzione del nuovo comma 4-bis all’art. 204-bis, lo si ribadisce, non innova al sistema previgente di bipartizione dei ricorsi ex artt. 204-bis e 205, ma si limita ad istituire un criterio di collegamento tra i legittimati passivi ed i soggetti che hanno accertato l’infrazione, presumibilmente allo scopo di superare i contrasti interpretativi che in passato avevano suscitato dubbi e orientamenti giurisprudenziali contrastanti. Così, ad esempio, la disposizione risolve i dubbi interpretativi insorti nel caso di infrazioni accertate da ufficiali o agenti dello stato: in tal caso, in base alle nuove disposizioni, la legittimazione passiva spetta sempre al prefetto e non al Ministero dell’Interno, come era stato invece ritenuto da una certa giurisprudenza della Corte di Cassazione, non sempre condivisa dalla giurisprudenza di merito. Allo stesso modo, l’inciso “o comunque quando i relativi proventi sono ad essi devoluti ai sensi dell’art. 208”, sembra finalizzato a prevenire l’insorgere di dubbi circa l’individuazione del legittimato passivo nel caso di infrazioni accertate da soggetti che non siano funzionari, ufficiali e agenti, delle regioni delle province e dei comuni, quali sono , ad esempio , i cosiddetti ausiliari del traffico. L’espressa delimitazione del comma 4-bis ai giudizi di cui al presente articolo, esclude che possa farsi applicazione di tali criteri ai giudizi di cui al successivo art. 205, nel quale, come meglio si dirà, la legittimazione passiva spetta unicamente al prefetto.
Come già detto, il legislatore di luglio ha abrogato il terzo comma dell’art. 205, in cui si prevedeva che il prefetto, quale legittimato passivo nel giudizio di opposizione alle ordinanze-ingiunzioni di pagamento, potesse delegare la tutela giudiziaria all'amministrazione cui apparteneva l'organo accertatore, laddove questa fosse anche destinataria dei proventi.
A seguito di tale abrogazione, le cui finalità appaiono in verità piuttosto oscure, consegue che nei giudizi di opposizione ad ordinanza – ingiunzione ex art. 205 legittimate passive saranno unicamente le Prefetture-UTG , le quali dovranno necessariamente costituirsi in giudizio in persona dei prefetti pro-tempore ed affidare la rappresentanza in giudizio a propri funzionari, ai sensi dell’art. 317 c.p.c. o dell’art. 23 comma 4 della legge n. 689/81 (“l'opponente e l'autorità che ha emesso l'ordinanza possono stare in giudizio personalmente; l'autorità che ha emesso l'ordinanza può avvalersi anche di funzionari appositamente delegati.”)
Poiché l’abrogazione dei commi 2 e 3 dell’art. 205 interviene su disposizioni di natura processuale immediatamente applicabili anche ai giudizi in corso, ne consegue che le amministrazioni comunali che si costituiscano in giudizio dopo l’entrata in vigore della legge n. 120/2010, in forza di delega del prefetto loro rilasciata ai sensi dell'art. 205 c. 3 prima dell’entrata in vigore della legge stessa in relazione a ricorsi presentati prima del 13.8.2010 non potranno essere considerate giuste parti nel giudizio di opposizione e la prefettura , non essendo validamente costituita, dovrà essere dichiarata contumace. A meno che il giudice di pace non ritenga applicabile alla fattispecie l’art. 182 c. 2 c.p.c. e, dopo avere rilevato, anche d’ufficio, il difetto di rappresentanza o assistenza, assegni alla Prefettura un termine per eseguire una valida costituzione, sanando il difetto rilevato.
In sintesi, dunque, nei giudizi aventi ad oggetto verbali di accertamento o di contestazione saranno legittimati passivi il Prefetto ovvero i soggetti indicati nell’art. 204-bis comma 4-bis; nei giudizi di opposizione ad ordinanza-ingiunzione di cui all’art. 205 sarà legittimato passivo unicamente il Prefetto, il quale, a seguito dell’abrogazione del terzo comma della disposizione , non potrà più delegare la propria difesa in giudizio all’ente accertatore dell’infrazione che sia anche destinatario dei proventi , salvo l’eventuale rappresentanza in giudizio affidata ai sensi dell’art. 317 c.p.c. o dell’art. 23 c. 4 della L. n. 689/81.
Sentenza di rigetto e termini per il pagamento delle sanzioni
Il nuovo comma 5 dell’art. 204-bis stabilisce che in caso di rigetto del ricorso il giudice determini l’importo della sanzione ed imponga il pagamento con sentenza immediatamente esecutiva.
L’innovazione in realtà nulla aggiunge a quanto già disposto in via generale dall’art. 282 c.p.c. circa la immediata esecutività delle sentenze di primo grado.
Quanto alla misura della sanzione, nulla è innovato rispetto a prima , dovendo il giudice determinare la sanzione facendo applicazione dei criteri di quantificazione stabiliti in via generale all’art. 11 della legge n. 689/81 e dall’art. 195 c. 2 C. di S., senza scendere al di sotto del minimo edittale e senza poter escludere l’applicazione delle sanzioni accessorie e o della detrazione dei punti dalla patente di guida (art. 204- bis, c. 7 e 8) .
E’ nuova, invece, l’introduzione del termine di trenta giorni dalla notificazione della sentenza per il pagamento della sanzione stabilita dal giudice, che deve eseguirsi “ a vantaggio dell’amministrazione cui appartiene l’organo accertatore con le modalità di pagamento da questa determinate.”
Scaduto il termine di trenta giorni, l’amministrazione cui la sanzione avrebbe dovuto essere pagata potrà pertanto procedere alla riscossione coattiva delle somme dovute , nel rispetto del termine di prescrizione quinquennale decorrente dal giorno della commessa violazione, previsto dall’art. 28 della legge n. 689/81.
Maggiore celerità ai tempi di definizione del giudizio e di riscossione delle sanzioni è inoltre impressa con l’introduzione del termine di trenta giorni dal deposito della sentenza per la sua trasmissione a cura delle cancellerie all’ufficio o comando da cui dipende l’organo accertatore. L’impiego del termine “trasmessa” invece che comunicata, sembra potersi interpretare nel senso che, come anche per il ricorso, sia ammessa la trasmissione a mezzo fax o per via telematica, nel silenzio della legge anche in assenza dei presupposti dell’art. 7 del DPR n. 123/2001.

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