Corte d'Appello Campobasso, Sentenza 29 settembre 2015, n. 211 Danno da vacanza rovinata  Il Turista Vittima di lesioni volontarie e rapina - Danno da vacanza rovinata - Diritto al ristoro - Sussistenza - Prova del pregiudizio - I Limiti.  Il turista che sia vittima di lesioni volontarie e di una rapina in una struttura ricettiva scelta per trascorrere un periodo di riposo, ha diritto al ristoro del pregiudizio subito, non potendo dubitarsi della circostanza che i predetti accadimenti siano idonei a rovinare, irrimediabilmente, la vacanza stessa. In tale contesto, provato l'inadempimento del contratto di pacchetto turistico e allegato di avere subito un danno non patrimoniale da vacanza rovinata in senso stretto - come disagio psicofisico che si accompagna alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata, con l'esclusione, quindi, di danni psicofisici e/o alla vita di relazione - il turista non è tenuto ad offrire prove ulteriori per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale. In tema di danno non patrimoniale da vacanza rovinata, inteso come disagio psicofisico conseguente alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata, pertanto, la raggiunta prova dell'inadempimento esaurisce in sé la prova anche del verificarsi del danno, atteso che gli stati psichici interiori dell'attore, per un verso, non possono formare oggetto di prova diretta e, per altro verso, desumibili dalla mancata realizzazione della finalità turistica. Integrale Danno da vacanza rovinata - Turista - Vittima di lesioni volontarie e rapina - Danno da vacanza rovinata - Diritto al ristoro - Sussistenza - Prova del pregiudizio - Limiti

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Campobasso, riunita in Camera di Consiglio, composta dai Signori Dott. Paolo Di Croce - Presidente Rel. Est. Dott. Clotilde Parise - Consigliere Dott. Giovanni Saporiti - Consigliere ha pronunciato la seguente SENTENZA nel procedimento in grado di appello iscritto al n. 186/2009 R.G. promosso S.r.l. MA., in persona del legale rappresentante pro tempore,rappresentata e difesa dagli Avvocati Gi.Ga. e D.To., domiciliata nello studio dell'ultimo Difensore, in Campobasso, come da mandato a margine dell'atto di citazione in appello. appellante contro Za.An., rappresentato e difeso dall'Avvocato Re.Po., nel cui Studio, in Campobasso, domicilia come da mandato a margine in calce della comparsa di costituzione e risposta in appello; appellato-appellante incidentale; Oggetto Appello avverso la sentenza n. 388 del 2009 del Tribunale di Campobasso in punto a risarcimento dei danni da vacanza rovinata. Conclusioni: Parte appellante: riformare la sentenza impugnata con vittoria di spese da distrarsi. Parte appellata-appellante incidentale: Respingere l'appello principale. In accoglimento di quello incidentale: condannare l'appellante principale a risarcire a Za.An. i danni patrimoniali e morali indicati nel giudizio di primo grado;a versargli la somma di Euro 1.490,00, quale costo della vacanza non goduta, o, in subordine, l'equivalente di due giorni di vacanza rovinata. Vittoria di spese da distrarsi.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con atto di citazione notificato il 14 ottobre 2006, l'Avvocato Re.Po., quale difensore di Za.An., conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Campobasso, la S.r.l. MA., tour operatole - premesso che il proprio assistito, con l'indicata società, aveva prenotato, dal 14 al 21 agosto 2005, un periodo di vacanza (in un villaggio turistico di Scalea); che la sera del 18 agosto del medesimo anno, rientrando nel parcheggio della struttura ricettiva,veniva rapinatola due sconosciuti alla presenza dei figli, di un Rolex d'oro del valore di Euro ventimila/00 e pativa, anche, lesioni al volto; che dell'accaduto era pienamente responsabile la Ma. e La Na. (che gestiva le responsabilità in caso di incedio; infortuni; trasporti e furto) - ne chiedeva la condanna al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e morali sofferti dallo Za. ed ammontanti ad Euro cinquantamila/00. Radicatosi il contraddittorio,la convenuta, per la parte che ancora interessa, insisteva per il rigetto delle avverse pretese in quanto del tutto carenti di prova sia in ordine all'an debeatur sia in ordine al quantum debeatur. Otteneva, inoltre, di chiamare in causa le Ge. S.p.A.,sua assicuratrice, per essere rimborsata di eventuali somme che avesse dovuto sborsare per il titolo dedotto in causa. Con la sentenza indicata in oggetto, l'adita Competenza - ritenuta provata la rapina - ha condannato la convenuta a versare allo Za. la somma di Euro duemila/00, corrispondente al valore dell'orologio trafugato e a rifondergli le spese di lite distratte in favore dell'Avvocato Po.. Ha assolto dalla domanda di garanzia le As. dal momento che la soccombente non aveva fornito la prova del contratto di assicurazione. Con atto di citazione notificato il 23 luglio 2009, la Ma. ha proposto appello avverso la suindicata statuizione chiedendo la sua radicale riforma. Ricostituitosi il contraddittorio, parte appellata ha insistito per il rigetto del gravame e, con l'impugnazione incidentale, per l'accoglimento delle epigrafate conclusioni. Precisate le conclusioni e depositati gli ultimi scritti difensivi la Corte ha definito la controversia come di seguito argomentato. Preliminarmente questa Corte è dell'avviso che la documentazione allegata dalla Ma. S.r.l., a sostegno delle proprie istanze contro le Ge. S.p.A. non va presa in considerazione. Invero, ai sensi dell'art. 345 nuovo C.P.C., comma 3, nel giudizio di appello è inammissibile la produzione di nuovi documenti, salvo che la parte non provi di essere stata nella impossibilità incolpevole di produrli ovvero il Giudice non li reputi indispensabili per la decisione. Circa il primo aspetto (la impossibilità di tempestiva produzione), si nota che il contratto di assicurazione venne stipulato il 17 giugno 2002. La convenuta (odierna appellante),dunque,poteva allegarlo, tempestivamente, nel corso del giudizio di primo grado radicatosi con atto di citazione notificato il 14 ottobre 2006, ma a tanto non ha provveduto. Ne consegue che il potere istruttorio attribuito al giudice di appello dalla norma sopra richiamata benché abbia carattere ampiamente discrezionale, non può essere esercitato per sanare preclusioni e decadenze già verificatesi nel giudizio di primo grado (essendo tale limite superabile - secondo la nuova formulazione dell'art. 345 C.P.C. - nella sola ipotesi in cui la parte dimostri di non avere potuto proporre il mezzo istruttorio nel giudizio di primo grado "per causa ad essa non imputabile"). In ordine al secondo aspetto (l'indispensabilità,per la decisione, della nuova prova),si nota che la documentazione prodotta con il gravame (una copia di parte di una polizza di assicurazione) è irrilevante ai fini del decidere dal momento che l'assicurazione è intercorsa con un soggetto - la G. S.R.L. - che è persona giuridica diversa dall'odierna appellante. Non essendo ammissibile la documentazione allegata con l'atto di appello e dovendo essere, pertanto, rigettata - per carenza di prova - la domanda reiterata, con l'impugnazione,nei confronti delle As. S.p.A., è inutile integrare il contraddittorio nei confronti di quest'ultima. Infatti, il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 C.P.C.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l'atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti. Scendendo ad esaminare il merito dell'appello principale,questo Giudice è dell'avviso che esso non possa incontrare favorevole apprezzamento. Sinteticamente,nel gravame si deduce che "una denunzia orale", sporta dalla parte interessata, alcune "spontanee dichiarazioni" rese da un minorenne, un "verbale" redatto da un sanitario e riportante la versione dei fatti come esposti dall'interessato non possono certamente costituire "prova", essendo tutti documenti di parte sui quali non vi è stato alcun accertamente dei Carabinieri come erroneamente motiva il Giudice a pagina 6 della sentenza". A tale tesi difensiva, si ribatte, però, che il Tribunale di Campobasso è giunto ad affermare la responsabilità di Ma. S.R.L. seguendo un corretto iter logico-giuridico. Infatti, testimoni della rapina subita dallo Za. sono stati i suoi tre figli. Tra questi, vi era Za.Mi., all'epoca quattordicenne (quindi capace di percepire e comprendere la portata degli accadimenti che avvenivano in sua presenza) che ha raccontato - con semplicità e precisione - quello che era capitato al padre. Questi fu avvicinato da una persona (che calcava un casco da motociclista) che - dopo aver proferito alcune parole - lo attingeva, con un pugno nella zona dell'occhio sinistro; gli strappava dal polso il Rolex d'oro e si dava alla fuga con una moto sulla quale vi era un complice. La versione resa da Za.Mi. (pienamente confermativa di quella di Za.An.) è corroborata dal risultato del referto medico rilasciato,appena due giorni dopo il fatto delittuoso, da una struttura sanitaria pubbliche che accertò, tra l'altro, una contusione bulbare dell'occhio sinistro. Non si vede, alla luce di tali emergenze processuali, come possa essere messo in dubbio che Za.An., all'interno della struttura che lo ospitava, subì un attentato alla propria persona ed al proprio patrimonio. Per amor di completezza, deve solo soggiungersi che l'appellante non ha, per nulla provato (né tale dimostrazione emerge in un qualche modo dalla lettura dell'incarto processuale) che la sottrazione stessa ebbe a verificarsi in circostanze di tempo e di luogo tali da renderla assolutamente imprevedibile ed inevitabile. Neanche in ordine all'ammontare del risarcimento delle critiche dell'appellante sono da condividere. Il primo Giudice, invero, ha formato il proprio convincimento dopo aver illustrato i prezzi dei vari tipi di orologi simili a quello portato dall'appellato e la vetustà del bene sottratto cosicché essendo del tutto semplice seguire il ragionamento del Tribunale, non vi è alcuna ragione per rivisitare sul punto, la gravata statuizione. L'appello principale va, dunque, respinto. Scendendo all'esame dell'appello incidentale, deve notarsi che lo Za. si duole che il primo giudice non ha per nulla preso in considerazione la richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale per vacanza rovinata. La lamentela è fondata dal momento che - sebbene già con il libello introduttivo della lite, l'odierno appellante incidentale aveva fatto istanza per essere ristorato del pregiudizio ora in discussione - nulla ha deciso il primo Giudice. Nel merito, la doglianza merita favorevole apprezzamento non potendo revocarsi in dubbio che essere vittima di lesioni volontarie e di una rapina in una struttura ricettiva scelta per trascorrere un periodo di riposo, sostanzia un accadimento capace di rovinare, irrimediabilmente, la vacanza stessa. La questione centrale all'attenzione della Corte è se, nell'ipotesi di inadempimento o inesatta esecuzione del contratto rientrante nella disciplina che regola, in adempimento della direttiva n. 90/314/CEE, i "pacchetti turistici" (contenuta nel D.Lgs. n. 111 del 1995, rilevante ratione temporis, poi riprodotta, senza modificazioni, per la parte di interesse, nel D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206) il danno non patrimoniale da vacanza rovinata, in senso stretto, quale pregiudizio conseguente alla lesione dell'interesse del turista di godere pienamente del viaggio organizzato come occasione di piacere e di riposo, sia risarcibile, ex art. 2059 Cod.Civ., che, secondo l'interpretazione della giurisprudenza di legittimità, stante il carattere tipico della tutela di interessi non connotati da rilevanza economica, necessita di una fonte normativa ordinaria espressa, o del fondamento costituzionale, in riferimento ai diritti inviolabili della persona (art. 2 Cost., artt. 4, 13, 29, 30), e al diritto alla salute (art. 32 Cost.), o di una fonte comunitaria,in ragione della prevalenza del diritto comunitario su quello interno. Al quesito va data risposta positiva. La risarcibilità del danno ora in discusione trova il proprio fondamento non nella generale previsione dell'art. 2 della Costituzione, ma proprio nella cosiddetta "vacanza rovinata" (come legislativamente disciplinata) ed è prevista dalla legge, oltre che costantemente predicata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea. In effetti, la legislazione di settore concernente i "pacchetti turistici", emanata in attuazione della normativa comunitaria di tutela del consumatore, nell'ambito dell'obiettivo dell'avvicinamento delle legislazioni degli Stati membri della Comunità Europea, come interpretata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea-CE, ha reso rilevante l'interesse del turista al pieno godimento della vacanza organizzata,come occasione di piacere o riposo,prevedendo il risarcimento dei pregiudizi non patrimoniali (disagio psicofisico che si accompagna alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata) subiti per effetto dell'inadempimento contrattuale. La Corte di Giustizia, già nel 2002 (sentenza 12 marzo 2002, n. 168), pronunciandosi in via pregiudiziale sull'interpretazione dell'art. 5 della direttiva n. 90/314/CEE, ha affermato che il suddetto articolo "deve essere interpretato nel senso che in linea di principio il consumatore ha diritto al risarcimento del danno morale derivante dall'inadempimento o dalla cattiva esecuzione delle prestazioni fornite in occasione di un viaggio tutto compreso", mettendo in evidenza che nel settore dei viaggi turistici si segnalano spesso "danni diversi da quelli corporali", "al di là dell'indennizzo delle sofferenze fisiche" e che "tutti gli ordinamenti giuridici moderni (riconoscono) un'importanza sempre maggiore alle vacanze". Alla luce di tale pronuncia, la dottrina e la giurisprudenza di merito, hanno letto le espressioni generiche contenute nel D.Lgs. n. 111 del 1995 (artt. 13 e 14) come comprensive anche del danno non patrimoniale. Oggi,in una visione d'insieme, il Codice del turismo (D.Lgs. 23 maggio 2011, n. 79, emanato in attuazione della direttiva 2008/122/CE), non applicabile, ratione temporis, nella specie, prevede espressamente (art. 47) il danno da vacanza rovinata per il caso di inadempimento o inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico. In particolare, si prevede che, qualora l'inadempimento "non sia di scarsa importanza ai sensi dell'art. 1455 c.c., il turista può chiedere, oltre e indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all'irripetibilità dell'occasione perduta". Questione collegata è se,nel caso di inesatta esecuzione del contratto,la lesione dell'interesse alla vacanza contrattualmente pattuita, che trova riconoscimento nella disciplina normativa del pacchetto turistico,posta a tutela del consumatore, debba o meno avere il carattere della gravità, nel senso che l'offesa di tale interesse, per essere risarcibile, debba superare una soglia minima di tollerabilità. In linea di principio, a stretto rigore normativo,la risposta non può non essere negativa. Limiti, a ben vedere, non emergono nè dalla lettera della norma nè dall'interpretazione fornitane dalla Corte di Giustizia. Tuttavia, ritiene il Collegio che limiti discendano, anche in questo caso, sia pure con caratterizzazione diversa, sempre dall'art. 2 della Costituzione. In riferimento ai diritti inviolabili della persona,la necessità della gravità della lesione dell'interesse, che per essere risarcibile deve superare una soglia minima di tollerabilità, trova fondamento nel dovere di solidarietà, di cui al richiamato art. 2, che impone a ciascuno di sopportare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza. In riferimento al diritto alla vacanza contrattualmente pattuita, invece, la necessità della gravità della lesione dell'interesse e il superamento di una soglia minima di tollerabilità,trova fondamento nella sempre più accentuata valorizzazione della regola di correttezza e buona fede oggettiva,cioè della reciproca lealtà di condotta che accompagna il contratto in ogni sua fase;regola specificativa - nel contesto del rapporto obbligatorio tra soggetti determinati - degli inderogabili doveri di solidarietà di cui all'art. 2 della Costituzione e la cui violazione può essere indice rivelatore dell'abuso del diritto nella elaborazione teorica e giurisprudenziale. La richiesta di risarcimento di danni non patrimoniali per disagi e fastidi da qualificarsi minimi, avuto presente la causa in concreto del contratto, contrasterebbe con i principi di correttezza e buona fede e di contemperamento dei contrapposti interessi contrattualmente pattuiti e costituirebbe un abuso, in danno del debitore, della tutela accordata al consumatore/creditore. In mancanza di delimitazioni normative,spetta al giudice del merito - salvo il controllo di legittimità in ordine alla logicità della motivazione - individuare il superamento o meno di tale soglia, avuto riguardo alla causa in concreto - costituita dalla "finalità turistica", che qualifica il contratto "determinando l'essenzialità di tutte le attività e dei servizi strumentali alla realizzazione del preminente scopo vacanziero" - emergente dal complessivo assetto contrattuale e considerando l'autonoma valutabili dell'interesse allo svago e riposo rispetto al danno patrimoniale subito,atteso che il primo, a seconda del peso della prestazione contrattuale non adempiuta, può ben superare il secondo e non può appiattirsi su questo. Nella specie, il giudizio sul superamento della soglia minima di lesione è implicito nella violenta vicenda patita dallo Za.. Un'ulteriore questione da affrontare riguarda la allegazione e la prova del danno non patrimoniale da vacanza rovinata. Si tratta, cioè, di stabilire se, provato l'inadempimento del contratto di pacchetto turistico e allegato di avere subito un danno non patrimoniale da vacanza rovinata in senso stretto - come disagio psicofisico che si accompagna alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata, con l'esclusione, quindi, di danni psicofisici e/o alla vita di relazione - siano necessarie o meno ulteriori prove per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale. La risposta è negativa. La stessa si ricava dalla interazione dei principi consolidati,in tema di onere della prova dell'inadempimento contrattuale e in tema di danno-conseguenza del risarcimento, con la peculiarità del contratto di pacchetto turistico, la cui causa è connotata dall'esclusivo perseguimento di interessi non patrimoniali, al contrario della generalità dei contratti, nei quali interessi non patrimoniali possono solo essere inseriti. Ora, quando il danno non patrimoniale scaturisce da inadempimento contrattuale, il risarcimento è regolato dalle norme dettate in materia, e quindi, dagli artt. 1218, 1223 e 1225 Cod. Civ. e valgono le specifiche regole del settore circa l'onere della prova. In base ai principi affermati, in merito, da dottrina e giurisprudenza, il creditore, sia che agisca per l'adempimento, per la risoluzione o per il risarcimento del danno, deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, mentre può limitarsi ad allegare l'inadempimento della controparte e sarà il debitore convenuto a dover fornire la prova del fatto estintivo del diritto, costituito dall'avvenuto adempimento o, nell'ipotesi di inesatto adempimento, grava sempre sul debitore l'onere di dimostrare l'avvenuto esatto adempimento. Se il danno-conseguenza deve essere allegato e provato e, per i pregiudizi non patrimoniali attinenti a un bene immateriale, la prova presuntiva è destinata ad assumere particolare rilievo e potrà costituire anche l'unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, a condizione che il danneggiato alleghi tutti gli elementi idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto. Ne consegue che, in tema di danno non patrimoniale "da vacanza rovinata", inteso come disagio psicofisico conseguente alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata, la raggiunta prova dell'inadempimento esaurisce in sè la prova anche del verificarsi del danno, atteso che gli stati psichici interiori dell'attore, per un verso,non possono formare oggetto di prova diretta e, per altro verso sono desumibili dalla mancata realizzazione della "finalità turistica". L'appello incidentale va, dunque, accolto. Per quantificare il danno non patrimoniale di cui si discute,non può che seguirsi la via equitativa. Ora - tenuto conto della carente vigilanza esercitata sulla struttura recettizia gestita dall'appellante (tanto da consentire l'accesso, nella medesima, di due sconosciuti a bordo di una moto) e della gravità dell'episodio per cui è processo (lesioni e rapina commesse da due persone in concorso tra di loro e perpetrata alla presenza di un adolescente e di due bambini) - questa Corte è dell'avviso che a Za.An., per il titolo in discussione vada attribuita la somma di Euro 1.500,00 (euro millecinquecento/00) espressa in termini monetari attuali, comprensiva, pertanto, di rivalutazione monetaria di interessi legali. Parimenti fondata è la richiesta di restituzione della somma di Euro 1.490,00 (sborsata per il periodo di vacanza non portato a compimento per l'inadempimento del tour operator):sul versamento dell'importo non vi è alcuna contestazione da parte della Ma.. La corte ritiene che il costo della vacanza debba essere restituito allo Za. che, per il grave episodio, ha visto annullati tutti i benefici di cui aveva goduto fino al 18 agosto 2005 dal momento che l'organizzatore di viaggi risponde di qualunque pregiudizio causato al viaggiatore a motivo dell'inadempimento totale o parziale dei suoi obblighi di organizzazione quali risultano dal contratto o dalla presente Convenzione, salvo che egli non provi di essersi comportato da organizzatore di viaggi diligente. L'importo di cui sopra si è detto sarà maggiorato di rivalutazione e di interessi legali dal 18 agosto 2005 al saldo effettivo. Invero nel caso di ritardato adempimento di una obbligazione di valuta,il maggior danno di cui all'art. 1224, secondo comma, Cod. Civ. può ritenersi esistente in via presuntiva in tutti i casi in cui, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali. Ricorrendo tale ipotesi, il risarcimento del maggior danno spetta a qualunque creditore, quale che ne sia la qualità soggettiva o l'attività svolta. Corollario di quanto sopra affermato è che la rivalutazione deve essere riconosciuta solo se la rendita dei titoli di Stato, nel periodo preso in considerazione, sia stato più elevato del tasso degli interessi legali. Anche per le lesioni subite lo Za. deve essere risarcito: tuttavia, atteso che esse non sembrano di notevole gravità sia sotto l'aspetto fisico sia sotto quello morale (cfr. i referti medici nel fascicolo di parte di primo grado dell'appellato), quale ristoro del danno, per esse patitoci liquida, equitativamente, somma di Euro mille/00, espressa in moneta attuale. Le spese seguono la soccombenza - e applicato il D.M.n.55 del 2014, in particolare, la riduzione del 50 per cento prevista dall'art.4, 1 comma (rispetto al valore medio di riferimento indicato per ciascuna della tre fasi in cui si è svolto il presente giudizio; scaglione di riferimento: Euro 5.200, 26.000,00; fasi di studio; introduttiva e decisoria), riduzione resa possibile dal ridimensionamento della somma (Euro 20.000,00) chiesta con il gravame incidentale - si liquidano come indicato in dispositivo. Si dispone la distrazione delle stesse in favore dell'Avvocato Re.Po., dettosi antistatario. P.Q.M. la Corte di Appello di Campobasso, decidendo sull'appello proposto dalla S.r.l. MA. avverso la sentenza n. 388/2009 del Tribunale di Campobasso con atto di citazione notificato a Za.An. in data 23 luglio 2009,nonché sull'appello incidentale proposto avverso la sessa statuizione da Za.An. con comparsa di costituzione e risposta depositata in Cancelleria il 12 novembre 2009, così provvede: 1) rigetta l'appello principale; 2) in accoglimento dell'appello incidentale e in parziale riforma della sentenza impugnata, condanna la S.r.l. MA. a versare a Za.An., quale risarcimento del danno non patrimoniale sofferto per vacanza rovinata, A) la somma di Euro 1.500,00; B) per danno conseguente alle lesioni sofferte, la somma di Euro 1.000,00 e C) per inadempimento contrattuale, quale costo della vacanza rovinata, la somma di Euro 1,490,00; tale ultimo importo sarà aumentato, con la decorrenza indicata in motivazione, da interessi e rivalutazione monetaria fino al saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi se tale rendimento sia stato superiore al saggio degli interessi legali; 3) condanna parte appellante a rifondere a parte appellata - appellante incidentale le spese di questo grado del giudizio che si liquidano in complessivi Euro 1.996,50, di cui Euro 108,00 per spese (contributo unificato) ed Euro 1.888,50 per compenso di avvocato oltre al 15 per cento ex art. 2 D.M. cit.; CPA ed IVA, come per legge, se dovute; 4) ordina la distrazione delle spese in favore dell'Avvocato Re.Po. dettosi antistatario. Così deciso in Campobasso il 31 luglio 2014. Depositata in Cancelleria il 29 settembre 2015.

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