Massima: Non integra il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2, c.p., la condotta di colui che, nonostante il parziale omesso versamento dell’assegno di mantenimento, non faccia mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori

Sentenza

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. IPPOLITO Francesco - Presidente
Dott. FIDELBO Giorgio - Consigliere
Dott. DI SALVO Emanuele - Consigliere
Dott. DE AMICIS Gaetano - Consigliere
Dott. BASSI Alessandra - rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente:


SENTENZA


sul ricorso proposto da:
Corte di Cassazione, Sezione 6 penale
Sentenza 8 gennaio 2016, n. 535
Massima redazionale
Diritto penale della famiglia - Reati contro la famiglia - Reato di violazione degli obblighi
di assistenza familiare - Assegno di mantenimento - Mancata corresponsione
Integrale
Violazione degli obblighi di assistenza familiare - Art. 570 cp - Omessa prestazione dei
mezzi di sussistenza - Pagamento parziale dell'assegno stabilito dal giudice civile -
Accertamento da parte del giudice penale - Contenuto - Distinzione rispetto alla
valutazione dell'inadempimento dell'obbligo stabilito dal giudice civile - Sussistenza
avverso la sentenza n. 96/2012 CORTE APPELLO di TRIESTE, del 25/09/2014;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/10/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALESSANDRA BASSI;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Eugenio Selvaggi, che ha concluso per l'inammissibilita' del ricorso.


RITENUTO IN FATTO


1. Con provvedimento del 25 settembre 2014, in parziale riforma dell'impugnata sentenza del Tribunale di Udine del 20 aprile 2011, la Corte
d'appello di Trieste, concesse le circostanze attenuanti generiche, ha rideterminato la pena inflitta a (OMISSIS) in quella di mesi due di reclusione
ed euro 200 di multa, in ordine al reato di cui all'articolo 570 c.p., comma 2, (in detti termini riqualificata gia' dal primo giudice l'originaria
contestazione Legge n. 898 del 1970, ex articolo 12 sexies, sub capo 1) della rubrica), nel contempo sostituendo la pena detentiva inflitta per detto
reato con quella pecuniaria di euro 2280, e la pena detentiva per i reati di ingiuria e lesioni sub capi 2) e 3) con la pena pecuniaria di euro 500 di
multa.
1.1. Dopo avere fato atto delle doglianze mosso nell'appello, la Corte territoriale ha posto in evidenza, quanto al capo 1), che la corresponsione una
tantum di euro 400, l'erogazione di somme direttamente ai figli a titolo di liberalita' ed il consenso prestato a che moglie e figli abitassero nella casa
intestata ad entrambi non possono supplire alla corresponsione sistematica delle somme cui il genitore e' tenuto; che lo stato di bisogno dei minori
e' presunto e non e' superato dalla circostanza che i figli siano affidati al servizio sociale o assistiti da istituti; che, quanto al capo 2), e' integrato il
dolo dell'ingiuria, almeno nella forma eventuale; che, quanto al capo 3), non e' ravvisabile nella specie la legittima difesa; che, nondimeno, sono
applicabili le circostanze attenuanti generiche e sostituibile la pena detentiva con la pena pecuniaria.
2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l'Avv. (OMISSIS), difensore di fiducia del (OMISSIS), e ne ha chiesto l'annullamento per i seguenti
motivi:
2.1. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla Legge n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, per avere il giudice di primo grado, esclusa
la valenza della sentenza straniera nell'ordinamento italiano, riqualificato il fatto ai sensi dell'articolo 570 c.p., comma 2, in assenza di una specifica
contestazione in tale senso;
2.2. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'articolo 570 c.p., comma 2, per avere la Corte omesso di considerare, per un verso,
come, nonostante la parziale mancata corresponsione dell'assegno di mantenimento, non siano mai mancati ai figli i mezzi di sussistenza, avendo la
stessa coniuge riconosciuto nel corso della deposizione che l'imputato aveva provveduto alle spese scolastiche, mediche e sportive dei figli nonche'
alle ricariche dei loro telefoni cellulari, con cio' soddisfacendo le loro esigenze primarie; per altro verso, come, nel periodo in contestazione,
l'imputato avesse subito un grave infortunio sul lavoro, che - come documentato - gli aveva impedito di lavorare;
2.3. vizio di motivazione in relazione all'elemento soggettivo del reato di cui all'articolo 570 c.p., comma 2, per avere il Collegio d'appello ritenuto
provato il dolo del reato, pur a fronte del parziale adempimento dell'obbligo di mantenimento verso i figli;
2.4. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'articolo 594 c.p., per avere la Corte ritenuto integrato il reato sebbene l'imputato
avesse apostrofato la moglie con l'epiteto offensivo ("stupida") allorche' ella era chiusa in bagno per fare la doccia e non aveva pertanto potuto
percepire l'offesa;
2.5. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'articolo 582 c.p., per avere il Giudice di secondo grado escluso gli estremi della
legittima difesa putativa, avendo (OMISSIS) agito nell'intento di difendersi anziche' di impedire alla moglie di riappropriarsi della collana che egli
teneva al collo;
2.6. vizio di motivazione in relazione alla quantificazione della pena, per avere il Collegio d'appello trascurato di considerare che l'inottemperanza
agli obblighi si era protratta per soli due mesi, nei quali l'imputato aveva comunque fatto fronte al pagamento di alcune spese dei minori.
3. In udienza, il Procuratore generale ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile.


CONSIDERATO IN DIRITTO


1. Il ricorso e' fondato per le ragioni che seguono.
2. E' destituito di fondamento il primo motivo, con il quale il ricorrente si duole del fatto che la Corte d'appello abbia ritenuto legittima la
riqualificazione giuridica, ad opera del primo giudice, del fatto di cui al capo 1) dall'ipotesi originariamente contestata di cui alla Legge n. 898 del

1970, articolo 12 sexies, a quella di cui all'articolo 570 c.p., comma 2.
3. Ed invero, secondo l'insegnamento di questo Supremo Collegio, ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui
all'articolo 521 c.p.p., si deve tenere conto, non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a
conoscenza dell'imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicche' questi abbia avuto modo di esercitare le proprie difese
sull'intero materiale probatorio, posto a fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866; Sez. 6, n. 47527 del
13/11/2013 - dep. 29/11/2013, Di Guglielmi Rv. 257278). Se il "fatto" va definito come l'accadimento di ordine naturale, dalle cui connotazioni e
circostanze soggettive ed oggettive, di luogo e di tempo, poste in correlazione fra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua
qualificazione giuridica, la violazione del principio di correlazione si realizza e si manifesta solo attraverso un'alterazione consistente ed una
trasformazione radicale della fattispecie concreta, nei suoi elementi essenziali, che non consenta di rinvenire un nucleo comune, identificativo della
condotta, con il risultato di un rapporto di incompatibilita' ed eterogeneita', tra il fatto contestato e quello accertato, capace di creare un vero e
proprio stravolgimento dei termini dell'accusa, a fronte del quale si verifica un pregiudizio, concreto e reale, dei diritti della difesa (Cass., Sez. 2,
45993/2007, Cuccia, Rv. 239320).
4. A fronte della riqualificazione giuridica del fatto, con la sentenza di primo grado, e della specifica contestazione mossa al riguardo nell'atto
d'appello, la Corte territoriale ha escluso la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, evidenziando come l'imputato, assistito
dal difensore fiduciario, avesse accettato il contraddittorio instauratosi a seguito della escussione dibattimentale della moglie, nel corso della quale
ella aveva appunto riferito che il marito aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli, all'epoca, rispettivamente di 16 e 12 anni d'eta'.
La motivazione svolta sul punto dal Collegio di merito risulta congrua e scevra da illogicita' manifesta, la' dove pone in luce le ragioni per le quali il
Giudice distrettuale abbia ritenuto che l'imputato avesse una compiuta conoscenza di tutti i termini della contestazione, sia formale sia
"sostanziale", cosi' da poter esercitare appieno la difesa in relazione all'intero thema probandum, con particolare riguardo alla circostanza di fatto -
ulteriore rispetto a quella oggetto di originaria contestazione - rappresentata dall'avere fatto mancare ai figli i mezzi di sussistenza, su cui appunto
si e' incentrata la condanna ex articolo 570 c.p., comma 2, n. 2.
A cio' si aggiunga che proprio su tale circostanza - id est "l'aver fatto mancare i mezzi di sussistenza" - si e' incentrato uno dei motivi d'appello (e
poi di ricorso per cassazione), il che dimostra per tabulas come l'imputato fosse in concreto edotto anche di tale aspetto della contestazione, tanto
da promuovere sul punto il vaglio dei giudici dell'impugnazione di merito.
5. Colgono di contro nel segno le censure con le quali il ricorrente deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta
integrazione del reato di cui all'articolo 570, comma secondo n. 2, cod. pen. Lamenta, in particolare, il ricorrente la mancata valutazione da parte
della Corte territoriale delle circostanze dedotte in sede di appello concernenti la corresponsione alla coniuge di alcune rate dell'assegno e di
diverse somme ai fini della copertura di parte delle spese per il mantenimento dei figli nonche' la messa a disposizione dell'alloggio coniugale,
facendo fronte al pagamento delle rate del mutuo ipotecario.
6. Mette conto porre in rilievo che, mentre ai fini della integrazione fattispecie di cui alla Legge n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, e' sufficiente
dimostrare la volontaria sottrazione all'obbligo di corresponsione dell'assegno determinato dal tribunale e non occorre, quindi (come riconosciuto
dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall'inadempimento consegua anche il "far mancare i mezzi di sussistenza", tale
elemento risulta invece necessario ed ineludibile ai fini della integrazione della figura criminosa prevista dall'articolo 570 c.p., comma 2, n. 2.
Ne discende che la riqualificazione giuridica del fatto dal delitto originariamente contestato di cui al citato articolo 12 sexies, a quello dell'articolo
570 c.p., comma 2, - pur legittima in quanto compiuta senza alcuna violazione del principio sancito nell'articolo 521 c.p.p. - avrebbe nondimeno
imposto un'accurata verifica dei giudici di merito circa la sussistenza dei presupposti fattuali della nuova fattispecie ravvisata.
Ed invero, il reato previsto dall'articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, ha come presupposto necessario l'esistenza di un'obbligazione alimentare ai sensi
del codice civile, ma non assume carattere meramente sanzionatorio del provvedimento del giudice civile nel senso che l'inosservanza anche
parziale di questo importi automaticamente l'insorgere del reato, di tal che, per configurare l'ipotesi delittuosa in esame, occorre che gli aventi
diritto all'assegno alimentare versino in stato di bisogno, che l'obbligato ne sia a conoscenza e che lo stesso sia in grado di fornire i mezzi di
sussistenza.
Difatti, come questa Corte ha avuto modo anche di recente di ribadire, ai fini della configurabilita' del reato previsto dall'articolo 570 c.p., comma 2,
n. 2, nell'ipotesi di corresponsione parziale dell'assegno stabilito in sede civile per il mantenimento, il giudice penale deve accertare se tale condotta
abbia inciso apprezzabilmente sulla disponibilita' dei mezzi economici che il soggetto obbligato e' tenuto a fornire ai beneficiari, tenendo inoltre
conto di tutte le altre circostanze del caso concreto, ivi compresa la oggettiva rilevanza del mutamento di capacita' economica intervenuta, in
relazione alla persona del debitore, mentre deve escludersi ogni automatica equiparazione dell'inadempimento dell'obbligo stabilito dal giudice
civile alla violazione della legge penale (Sez. 6, n. 159898 del 04/02/2014 - dep. 09/04/2014, S. Rv. 259895).
7. Di tali principi non ha adeguatamente tenuto conto il Collegio di merito, che ha omesso esplicitare, giusta le specifiche deduzioni difensive, le

ragioni obbiettive sulla scorta delle quali abbia ritenuto provato che (OMISSIS) facesse mancare i "mezzi di sussistenza" ai figli, da valutare in
rapporto alle reali capacita' economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, ai fini del - sia pur contenuto - soddisfacimento del
"minimo vitale" e delle altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di
trasporto, mezzi di comunicazione).
8. La motivazione del provvedimento e' insoddisfacente anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo, sul quale si era incentrato uno specifico
motivo d'appello.
Ed invero, ribadito che il reato de quo richiede il mero dolo generico e non un dolo specifico, il Giudice di secondo grado avrebbe dovuto indagare,
lasciandone circostanziata traccia nella motivazione, se - nel momento in cui provvedeva ad un adempimento solo parziale dell'obbligazione
alimentare, sosteneva talune spese dei figli e lasciava a loro ed alla ex coniuge la disponibilita' dell'alloggio familiare - (OMISSIS) avesse coscienza
e volonta' di erogare ai propri figli mezzi di sussistenza insufficienti.
9. Sono fondate anche le censure che riguardano l'integrazione del reato di ingiuria.
Secondo la contestazione, l'offesa alla persona si sarebbe sostanziata nell'avere (OMISSIS), nel corso di una conversazione telefonica con la nuova
moglie, bollato l'ex coniuge con l'epiteto di "stupida".
9. Secondo i principi affermati da questa Corte regolatrice, al fine dell'accertamento dell'idoneita' dell'espressione utilizzata a ledere il bene
protetto dalla fattispecie incriminatrice di cui all'articolo 594 c.p., occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alle
personalita' dell'offeso e dell'offensore nonche' al contesto nel quale detta espressione sia pronunciata; nel contempo e' necessario considerare che
l'uso di un linguaggio meno corretto, piu' aggressivo e disinvolto di quello in uso in precedenza e' accettato o sopportato dalla maggioranza dei
cittadini determinando un mutamento della sensibilita' e della coscienza sociale (Sez. 5, n. 50969 del 16/09/2014 - dep. 04/12/2014, F, Rv.
261310).
Sulla scorta dei principi appena esposti, ritiene il Collegio che l'espressione "stupida", rivolta all'indirizzo della persona offesa, in un contesto di
conflittualita' tra coniugi, non possa ritenersi determinare automaticamente la lesione del bene tutelato dall'articolo 594 c.p., non concretandosi
necessariamente in un giudizio di disvalore sulle qualita' personali del destinatario: si tratta invero di termine ormai frequentemente utilizzato nel
linguaggio comune, anche dei minori, e che puo' ritenersi assumere valenza offensiva soltanto allorche' sia inserito in un contesto che esprima,
senza possibilita' di equivoci, disprezzo e disistima verso a vittima. Contesto siffatto che non risulta essere stato adeguatamente rappresentato nel
passaggio argomentativo della pronuncia dedicato a tale imputazione, la' dove - secondo la ricostruzione dei fatti compiuta dai giudici della
cognizione - l'espressione veniva utilizzata dal (OMISSIS) non in una comunicazione diretta con la persona offesa, bensi' in una conversazione con
una terza persona allorquando la presunta vittima si trovava chiusa nella stanza da bagno, dunque in una situazione nella quale la stessa non ha,
ragionevolmente, potuto cogliere appieno il contesto complessivo del discorso nell'ambito del quale l'espressione veniva spesa e di apprezzarne
l'effettiva valenza ingiuriosa.
10. Ad ogni modo, la Corte non ha adeguatamente argomentato la configurabilita' del dolo, seppure nella forma eventuale.
Ricorre invero il dolo eventuale quando chi agisce si rappresenta come seriamente possibile, sebbene non certa, l'esistenza dei presupposti della
condotta, ovvero il verificarsi dell'evento come conseguenza dell'azione e, pur di non rinunciare ad essa, accetta che il fatto possa verificarsi,
decidendo di agire comunque. Parametri non tenuti in adeguata considerazione dal Giudice d'appello allorche' ha ritenuto integrato il dolo
quantomeno eventuale nella condotta dell'agente che spendeva l'espressione in ipotesi offensiva, nel corso di una conversazione telefonica
intercorsa con altri, nel mentre nell'alloggio "non grande" si trovava la persona attinta dalla parola ingiuriosa, avendo egli accettato il rischio che
quest'ultima potesse cogliere l'epiteto offensivo, in quanto evento non "improbabile o del tutto inverosimile". Tale ragionamento, nondimeno, non
si confronta con la specifica deduzione difensiva secondo la quale, al momento, la persona offesa si trovava non - genericamente - in un'altra
stanza, ma chiusa in bagno a fare la doccia, in una situazione nella quale non puo' dirsi rispondere ad una comune massima d'esperienza che sia
"probabile" o "verosimile" che taluno possa cogliere il senso della conversazione telefonica che altri stia facendo al telefono, si' da poterne percepire
i contenuti offensivi.
11. Sono fondati anche i motivi riguardanti la restante imputazione per il reato di lesioni.
In linea generale, deve essere premesso che, secondo il costante insegnamento di questo Supremo Collegio, l'accertamento relativo alla
scriminante della legittima difesa reale o putativa e dell'eccesso colposo deve essere effettuato con un giudizio ex ante calato all'interno delle
specifiche e peculiari circostanze concrete che connotano la fattispecie da esaminare, secondo una valutazione di carattere relativo e non assoluto
ed astratto, rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, cui spetta esaminare, oltre che le modalita' del singolo episodio in se
considerato, anche tutti gli elementi fattuali antecedenti all'azione che possano aver avuto concreta incidenza sull'insorgenza dell'erroneo
convincimento di dover difendere se' o altri da un'ingiusta aggressione, senza tuttavia che possano considerarsi sufficienti gli stati d'animo e i
timori personali (Sez. 1, n. 13370 del 05/03/2013 - dep. 21/03/2013, R., Rv. 255268).
Nell'escludere la ravvisabilita' nella specie dell'esimente della legittima difesa, anche in via putativa, la Corte ha valorizzato lo squilibrio di forze
fra l'imputato e la vittima, il valore affettivo dell'ornamento che la donna intendeva recuperare e la natura della lesione a lei inferta dall'imputato,
sostanziatasi in un morso ad una mano, e tuttavia non ha dato conto del contesto complessivo dell'azione nel quale si inseriva la condotta
aggressiva ed, in particolare, della condotta in concreto serbata dalla vittima, si' da poter apprezzare la ravvisabilita' della invocata scriminante. Ed
invero, la circostanza - valorizzata dalla Corte - che la ex - moglie intendesse riappropriarsi di una collana d'oro che (OMISSIS) portava al collo, in
quanto avente implicazioni sentimentali, rende ragione del movente del comportamento serbato dalla donna prima di essere colpita, ma non
chiarisce quale sia stato in concreto detto comportamento ed, in particolare, se ella - ferma detta finalita' dell'agire - abbia o meno posto in essere
un'aggressione fisica in danno del (OMISSIS) e, se si', di quale entita', la' dove l'azione di strappare una collana dal collo ha riverberi non solo di
natura economica, ma - contrariamente a quanto argomentato dalla Corte territoriale (a pagina 6 della sentenza) - anche sul piano della lesione
alla propria incolumita' personale, vista la delicatezza della parte interessata e le abrasioni o i tagli da violento sfregamento provocabili
nell'operazione di strappo.
13. Ne' la causa di giustificazione di cui all'articolo 52 c.p., puo' ritenersi correttamente denegata sul presupposto che "l'intendimento del
(OMISSIS) era semplicemente quello di impedire alla ex-moglie di riappropriarsi della collana e, dunque, di difendere un bene di natura
patrimoniale".
In considerazione dell'ampiezza dell'espressione un "diritto proprio", la difesa legittima puo' infatti essere ravvisata anche a protezione dei diritti
patrimoniali, che possono essere legittimamente difesi anche con atti violenti a condizione che sussista la proporzione e che quel comportamento
costituisca l'unico mezzo per impedire l'aggressione al patrimonio e non rappresenti, invece, l'attuazione di una ritorsione (Cass. Sez. 1, n. 45407
del 10/11/2004 -dep. 23/11/2004, Podda Rv. 230392).
14. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste per nuovo giudizio.


P.Q.M.


annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste per nuovo giudizio.

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