REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAVANI Piero - Presidente

Dott. DI NICOLA Vito - rel. Consigliere

Dott. SOCCI Angelo Matteo - Consigliere

Dott. LIBERATI Giovanni - Consigliere

Dott. CIRIELLO Antonella - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

________, nato a ________;

avverso la sentenza del 07-07-2015 della Corte di appello di Genova;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;

udito il Procuratore Generale in persona del Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. E' impugnata la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Genova ha confermato, per quanto qui interessa, la pronuncia emessa dal giudice dell'udienza preliminare presso il locale Tribunale che aveva condannato il ricorrente alla pena di anni tre e mesi sei di reclusione per il delitto (capo A) di cui all'articolo 61 c.p., n. 5, articolo 81 cpv c.p., articoli 609-bis e 609 quater c.p. perche', in tempi diversi e con piu' azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, toccando piu' volte la vittima in modo lascivo nelle parti intime a partire da quando questa aveva l'eta' di anni undici circa e, successivamente, approfittando dell'ospitalita' offerta alla persona offesa di fermarsi la notte nella sua abitazione, introducendosi nel letto in cui questo si trovava e palpandolo fino masturbarlo, compiva con il predetto, minore degli anni quattordici, atti sessuali. Con l'aggravante d'aver approfittato di circostanze di persona tali da ostacolare la pubblica e privata difesa, in considerazione dello stato di assopimento in cui si trovava la vittima nonche' (capo B) del delitto di cui all'articolo 600-quater c.p., comma 1, perche' consapevolmente deteneva materiale pornografico realizzato utilizzando minori (n. dieci fotografie scaricate da internet e ritraenti minori in inequivocabile posa sessuale).Con la recidiva specifica.

2. Per l'annullamento dell'impugnata sentenza il ricorrente solleva cinque motivi di gravame, qui enunciati ai sensi dell'articolo 173 disp. att. c.p.p. nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la mancanza, la contraddittorieta' e l'illogicita' della motivazione in ordine all'attendibilita' della persona offesa (articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) ed e)).

Assume che l'accertamento peritale aveva ad oggetto la capacita' a testimoniare del minore, con la conseguenza il perito aveva il solo compito di valutare la percezione della realta' del dichiarante, la sua capacita' di ricordare i fatti e di riferirli ma non aveva il compito di valutare l'attendibilita' e la credibilita' del giovane.

Ne consegue che affermare che un soggetto abbia la capacita' a testimoniare (compito del perito) e' cosa diversa da affermare che il soggetto sia attendibile e credibile (competenza e potere del Giudice) cosicche', avendo la sentenza impugnata sovrapposto i due concetti in una sorta di equazione, l'iter argomentativo e' risultato non solo erroneo ma altresi' illogico, derivando da cio' un impianto motivazionale, in relazione all'attendibilita' della persona offesa, assolutamente carente.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la mancanza, la contraddittorieta' e l'illogicita' della motivazione in ordine alla modalita' di emersione dei fatti (articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) ed e)).

Sostiene che nel minore era presente un senso di rivendicazione, traendo egli solitamente vantaggio dalla situazione di conflittualita' familiare ed essendo portato percio' a colorare i fatti raccontati, tutti aspetti che avrebbero dovuto essere considerati per vagliare l'attendibilita' del ragazzo ed invece sono stati completamente ignorati, incorrendo pertanto la sentenza nella violazione di legge e nel vizio di motivazione denunciato.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la mancanza, la contraddittorieta' e l'illogicita' della motivazione con riferimento alla violazione dei principi eninciati dalla carta di Noto (articolo 606 c.p.p., comma 1, lettere b) ed e)).

Osserva che, per come si era evidenziato a pagina 9 dei motivi di appello, se e' vero che il mancato rispetto dei principi enunciati dalla Carta di Noto non ha valore normativo, e' pero' altresi' vero che, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimita', e' comunque necessario che "il Giudice esponga adeguatamente le ragioni per le quali ha ritenuto egualmente credibile la prova ovvero valorizzare altri elementi di riscontro oggettivi di cui deve essere fornita adeguata motivazione" mentre nulla niente di tutto cio' sarebbe stato riportato in sentenza.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della mancanza, contraddittorieta' e illogicita' della motivazione con riferimento all'imputazione di cui al capo B) delle rubrica (articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) ed e)).

Afferma che, sul punto, la motivazione sarebbe meramente apparente, non tenendo in minima considerazione il fatto che nei motivi di appello si era evidenziato che le immagini rinvenute dell'hard disk sequestrato al ricorrente eran state trovate all'interno della cartella di file temporanei "temporary intemet files"; si trattava cioe' di file temporanei di internet memorizzati automaticamente sul disco rigido del computer al fine di accelerare il processo di caricamento dei siti web visitati. Il meccanismo automatico era quindi volto unicamente a permettere al browser di accelerare il processo di caricamento di tali siti alle visite successive, con conseguente inconfigurabiita' del reato addebitato.

2.5. Con il quinto motivo il ricorrente cesura la sentenza impugnata per la mancanza, la contraddittorieta' e l'illogicita' della motivazione in ordine al trattamento sanzionatorio (articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) ed e)).

Afferma il ricorrente che illogicamente e contraddittoriamente la corte di appello ha ritenuto applicabile l'attenuante della minore gravita' del fatto in riferimento all'ambiente familiare, per poi in concreto escludere l'invocato giudizio di prevalenza facendo riferimento al "rapporto parentale", nel caso in esame, inesistente. La prevalenza dell'attenuante speciale e' stata poi esclusa proprio in riferimento allo "sfruttamento dell'ambiente familiare", ritenuto al tempo stesso non ostativo ai fini della configurabilita' della circostanza, incorrendo pertanto la sentenza nel vizio di manifesta illogicita' e sostenendo infine un'esclusione automatica di prevalenza di detta attenuante rispetto alla recidiva.

Sostiene poi che, se e' fatto pacifico che il Giudice ai fini dell'applicabilita' o meno delle attenuanti generiche ben puo' riconoscere alla natura e alla gravita' del fatto-reato l'attitudine ad integrare quegli elementi di disvalore che possono giustificarne il diniego, e' altresi' pacifico che tra gli elementi di valutazione che il giudice puo' utilizzare ai fini dell'applicabilita' delle circostanze attenuanti generiche di cui all'articolo 62-bis c.p. si pongono anche quelli relativi alla gravita' del reato e alla capacita' a delinquere del reo indicati dall'articolo 133 c.p. con il solo limite che una stessa circostanza specifica non puo' essere valutata due volte. Nel caso in esame, ai fini della personalita' dell'imputato, il precedente specifico a suo carico sarebbe stato valutato negativamente per ben tre volte: con riferimento al mancato giudizio di prevalenza dell'attenuante speciale; per la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche; infine, per giustificare il distanziamento dai minimi edittali, incorrendo pertanto la sentenza impugnata nella violazione di legge nel vizio di motivazione denunciato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e' infondato nei limiti di seguito precisati.

2. I primi tre motivi, essendo tra loro strettamente connessi, possono essere congiuntamente esaminati.

2.1. Essi sono inammissibili per manifesta infondatezza e (limitatamente al primo ed al secondo motivo) in quanto presentati nei casi non consentiti.

Per rendersi conto di cio', e' sufficiente riportare quanto emerge dal testo della sentenza impugnata avendo la Corte di appello affermato che correttamente il primo giudice aveva ritenuto la credibilita' della persona offesa integrando il proprio prudente apprezzamento con gli esiti dell'accertamento peritale che, come lo stesso ricorrente ammette, aveva ritenuto la persona offesa pienamente capace di rendere testimonianza.

In tale ottica, l'impostazione ricorrente deve ritenersi del tutto corretta e niente affatto smentita dalla motivazione della sentenza impugnata che, dopo avere preso atto delle conclusioni peritali circa la capacita' a testimoniare della vittima, e' pervenuta, in conformita' al medesimo approdo cui era giunto il tribunale, a ritenere, con giudizio espresso dal collegio giudicante, l'attendibilita' delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, avendo la corte territoriale definito serie e credibili le dichiarazioni della vittima in quanto, a leggere i racconti che egli aveva fatto, le contraddizioni peraltro segnalate dalla difesa si risolvevano in discrasie del tutto apparenti come aveva spiegato diffusamente il Giudice di primo grado alle pagine 4 e 5 della sentenza.

Ne consegue che, contrariamente a quanto assertivamente ritiene il ricorrente, il giudizio di attendibilita' delle dichiarazioni e' stato compiuto dai giudici del merito con motivazione adeguata e priva di vizi di manifesta illogicita' e, come tale, insuscettibile di essere sottoposta al sindacato di legittimita'.

La corte di appello ha poi ritenuto irrilevanti le perplessita' sollevate in ordine alle modalita' di emersione dei fatti, avendo avvertito che ad una certa eta' dello sviluppo, siccome aumenta la considerazione di se' e con essa la percezione consapevole delle proprie trasformazioni corporee, il giovane, avendo scoperto e progressivamente avvertito il grave disagio per essere stato oggetto di pratiche che aveva compreso essere sessuali, aveva anche avvertito, vinta ogni paura e la vergogna, la necessita' di confidarsi.

L'attendibilita' delle dichiarazioni e' stata peraltro ritenuta riscontrata ab extrinseco dal fatto che la stessa madre della parte offesa ha dichiarato che effettivamente il ragazzo, in una occasione, si era fermato a dormire a casa del ricorrente e dal fatto che la frequentazione di quest'ultimo era sempre stata piuttosto intensa e familiare. Dal punto di vista intrinseco, poi, il racconto e' apparso del tutto coerente, anche sul fondamentale rilievo che il dichiarante, oggettivamente limitato nelle capacita' di argomentazione, non era in grado di inventare una versione articolata e raffinata quale quella resa agli investigatori e al giudice, ne' tantomeno era capace di trattenerla a mente e quindi riferirla se non avesse realmente vissuto i fatti oggetto delle narrazioni.

2.2. Al cospetto di cio', le doglianze del ricorrente si risolvono in rilievi tipicamente fattuali che propongono una diversa lettura del materiale cautelare, opzione non consentita nel giudizio di legittimita' in quanto il vizio di motivazione, che risulti dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati, in tanto sussiste se ed in quanto si dimostri che il testo del provvedimento sia manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non invece quando si opponga alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di Francesco, Rv. 205621).

Infatti, come piu' volte affermato dalla Corte, l'indagine di legittimita' sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato al giudice di legittimita' essere limitato - per espressa volonta' del legislatore - a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilita' di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si e' avvalso per sostanziare il suo convincimento, esulando dai poteri della Corte di cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione e', in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimita' la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente piu' adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone ed altri, Rv. 207944), con la specificazione che l'illogicita' della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioe' di spessore tale da risultare percepibile "ictu oculi", dovendo il sindacato di legittimita' al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purche' le ragioni del convincimento siano spiegate in modo logico e adeguato (Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

Ne consegue la manifesta infondatezza e la portata tipicamente fattuale dei motivi proposti i quali, sollevando questioni di merito adeguatamente e logicamente trattate dalla sentenza impugnata, si sottraggono al sindacato di legittimita'.

2.3. A proposito poi della denunciata violazione dei principi enunciati dalla carta di Noto, con specifico riferimento all'esame della vittima sul rilievo che l'elaborato non avrebbe conferito particolare attenzione alla conclamata situazione di conflitto familiare nella quale il minore era nato e cresciuto, va ricordato che la citata Carta non e' altro che un protocollo il quale, per quanto di fondamentale importanza in quanto il risultato del sapere scientifico apportato dagli esperti delle varie discipline interessanti il campo dell'abuso sessuale ai minori, non ha valore giuridico, avendo la corte di appello comunque precisato che l'ambiente familiare era stato in ogni caso adeguatamente indagato, traendosi la conferma di cio' dalla perizia e dalla sentenza di primo grado, il che gia' rende, di per se', manifestamente infondato il terzo motivo.

Peraltro, a fronte di una congrua motivazione sull'attendibilita' del minore (v. sub 2.1.) del considerato in diritto), la corte territoriale ha implicitamente corredato la sentenza di quella motivazione che la giurisprudenza di legittimita', citata dal ricorrente stesso, richiede sia stilata nell'ipotesi di scostamento dalle linee guida suggerite dalla carta di Noto.

3. Il quarto motivo e' privo di fondamento.

L'elemento oggettivo del reato di detenzione di materiale pedopornografico consiste nelle condotte, tra loro alternative, del procurarsi, che implica qualsiasi modalita' di procacciamento compresa la via telematica, e del detenere, che non implica necessariamente un rapporto continuo e diretto tra il detentore e il materiale pedopornografico, ma sussiste anche quando il detentore possa disporre, per un apprezzabile anche se non necessariamente durevole lasso di tempo, di tale materiale secondo i suoi propositi, essendo egli titolare, in concreto, di un ampio, non necessariamente anche esclusivo, potere di disposizione su di esso, essendo ipotizzabile anche la condivisione con altri della detenzione, mentre l'elemento soggettivo, e' costituito dal dolo diretto, consistente nella consapevolezza di procurarsi o detenere materiale pornografico proveniente dallo sfruttamento dei minori, con la conseguenza che la figura di reato di cui all'articolo 600-quater c.p. e' integrata dal rinvenimento di "files" pedopornografici scaricati e salvati o, comunque rinvenuti nella memoria fissa del computer del detentore perche' non immediatamente cancellati e, quindi, consapevolmente conservati, ancorche' vengano o possano essere eliminati successivamente sia dallo stesso utilizzatore, che automaticamente.

Secondo le conoscenze informatiche in materia, fatte proprie da talune posizioni dottrinali che hanno avuto cura di esaminare la questione, una particolare tipologia di detenzione e' costituita dalla disponibilita' di c.d. temporary internet files, che si ottengono attraverso visite eseguite dall'utente di internet su siti contenenti - ad esempio nel caso in esame - materiale pornografico infantile.

In tal caso, l'utente di internet prende visione delle immagini vietate ma si astiene dall'attivare i sistemi di salvataggio telematici che consentono di "scaricare" sul proprio terminale i files illeciti.

Tuttavia, se e' vero che questa macrocategoria di files temporanei sono creati dal browser durante la navigazione internet, e' anche vero che il semplice accesso a particolari siti e' in grado di determinare, con modalita' variabili, l'acquisizione del materiale pedopornografico attraverso la sua registrazione sul disco fisso del computer dell'utente di internet anche per diverse settimane. Esistono, infatti, dei comandi informatici in forza dei quali talune immagini, visualizzate sul monitor, restano immagazzinate, per un ristretto, quantunque apprezzabile, arco temporale (anche per alcune settimane) nella cartella denominata, per l'appunto, temporary internet files ed ivi si collocano, risultando a tutti gli effetti detenuti dall'utilizzatore, il quale potra' reclamare l'esonero della responsabilita' esclusivamente nel caso in cui non abbia avuto la consapevolezza dell'esistenza dei files acquisiti, potendo in tal caso difettare il requisito della consapevole detenzione, atteso che in tale spazio possono confluire inconsapevolmente ed in via temporanea dati provenienti dalla navigazione in internet.

Il ricorrente ha tuttavia ammesso di aver acquisito le immagini pedopornografiche durante la navigazione ed ha quindi ammesso che le stesse si trovavano nella cartella "temporary internet files" sia pure per effetto di una memorizzazione automatica di essi sul disco rigido del computer, al solo fine di accelerare, a suo dire, il processo di caricamento dei siti web visitati.

A parte l'assertivita' di tale ultima affermazione priva, non dal punto di vista tecnico ma quanto alla giustificazione addotta, del requisito dell'autosufficienza, e' tuttavia emerso dal testo della sentenza impugnata che il ricorrente si era comunque volutamente astenuto, sebbene consapevole della allocazione dei files sull'hard disk del computer, dall'eliminarli, con la conseguenza che non puo' ritenersi illogica la deduzione dei giudici del merito, i quali hanno stabilito che i files erano a tutti gli effetti detenuti dal ricorrente, tanto e' vero che, al momento dell'accertamento del fatto, detti files si trovavano ancora nel suo computer, sicche' soltanto i files, compresi quelli che si collocano nella cartella "temporary internet files", che l'utente abbia voluto effettivamente eliminare, seppure si trovino residui sul disco fisso sparsi e inintelliggibili, possono dirsi cancellati e dunque non nella detenzione dell'utente.

4. Anche il quinto motivo e' infondato.

Il giudizio di equivalenza e' stato fondato sulla base del fatto che talune e specificamente indicate circostanze aggravanti (la recidiva specifica e le circostanze agevolatrici del fatto per i rapporti esistenti tra le parti) hanno, nella eseguita valutazione dei giudici del merito, neutralizzato ampiamente l'attenuante, comunque accordata, del fatto di minore gravita'.

E' sufficiente sul punto considerare, per stimare appieno l'infondatezza del motivo in parte qua, che, ai fini del giudizio di comparazione fra circostanze aggravanti e circostanze attenuanti, anche la sola enunciazione dell'eseguita valutazione delle circostanze concorrenti soddisfa l'obbligo della motivazione, trattandosi di un giudizio rientrante nella discrezionalita' del giudice e che, come tale, non postula un'analitica esposizione dei criteri di valutazione (Sez. 2, n. 36265 del 08/07/2010, Barbera, Rv. 248535).

Quanto alle circostanze generiche, esse sono state motivatamente negate sulla base del precedente specifico a carico dell'imputato e deve ritenersi che, ai fini della determinazione della pena e della concessione o meno delle attenuanti generiche, il giudice puo' legittimamente tenere conto di uno stesso elemento (nella specie: un precedente specifico a carico dell'imputato) che abbia attitudine a influire su diversi aspetti della valutazione, ben potendo un dato polivalente essere utilizzato piu' volte sotto differenti profili e per distinti fini.

5. Consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalita' e gli altri dati identificativi, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52, in quanto imposto dalla legge.

Cosi' deciso in Roma, il 11 gennaio 2017.

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